Al netto del grande fascino esercitato dalla trasfusione e dalle sue leggendarie proprietà, bisogna aspettare fino alla metà del XVII secolo prima che venga davvero presa in considerazione come pratica di comprovato valore medico. In seguito alla diffusione delle teorie di William Harvey sulle proprietà del sistema circolatorio, diversi scienziati iniziarono a sperimentare metodi di trasfusione diretta, da vaso sanguigno a vaso sanguigno con strumenti rudimentali. Mancando nozioni sulla compatibilità del sangue tra soggetti, le prime “donazioni” furono di agnelli, montoni, capre, con effetti opposti a quelli sperati. Visto lo sviluppo ormai inarrestabile del pensiero scientifico moderno, a fronte dei numerosi insuccessi, la trasfusione non fu oggetto di ricerca per un altro secolo e mezzo. Nel 1800 riprendono le ricerche sulla trasfusione e nel 1818 James Blundell, un medico inglese, effettua la prima trasfusione di sangue umano ad un paziente nella storia moderna. Blundell inoltre scopre l’importanza dell’utilizzo di sangue venoso per la trasfusione e vengono riportati gli effetti disastrosi di trasfusioni con sangue non compatibile. Il grande passo in avanti è compiuto dallo scienziato austriaco Karl Landsteiner: nel 1901 scopre tre dei quattro gruppi sanguigni (il gruppo AB viene scoperto poco dopo) e nel 1937 il sistema Rh, spianando la strada per trasfusioni di sangue sicure e controllate. Per il suo contributo, ha ricevuto il Nobel per la Medicina ed è considerato il padre della trasfusione moderna. Innocenzo VIII tentò di salvarsi la vita nel 1492 con una trasfusione di sangue da tre giovani ragazzi. Questi perirono dissanguati e nemmeno il pontefice recuperò la sua salute. È uno degli esempi più antichi di trasfusione di sangue da persona a persona. Pollaiolo (XVIII secolo circa), Ritratto di Papa Innocenzo VIII, Museo del monastero delle Orsoline, Calvi dell’Umbria. Tavola tratta dall’opera di William Harvey (1628) Exercitatio Anatomica de Motu et Sanguinis in Animalibus. Le forze vitali d’Innocenzo VIII svanivano rapidamente; egli era da tempo caduto in una specie di sopore, cresciuto qualche volta fino al punto di farlo creder morto a tutta la Corte. Si cercava invano ogni mezzo per ridestare la spenta vitalità del Papa, quando un medico ebreo propose di tentare con un nuovo strumento, la trasfusione del sangue: cosa tentata fino allora soltanto sugli animali. Il sangue del decrepito pontefice doveva passare tutto nelle vene d’un giovane che doveva cedergli il suo. Tre volte fu tentata la difficile prova, nella quale, senza alcun giovamento del Papa, tre giovanetti persero successivamente la vita. (Da: Pasquale Villari, Vita di Girolamo Savonarola, vol. I, p.140) | 31 30 |
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