Vaccinare gli ultrasessantenni per uscire dal tunnel pandemico. I casi Astra&Zeneca e Johnson&Johnson

Condividiamo un articolo del professor Ferruccio Bonino sull’importanza della vaccinazione per gli ultrasessantenni. Il professor Bonino è stato Direttore Scientifico del Policlinico di Milano ed è uno dei massimi esperti di virus a livello internazionale avendo contribuito alla scoperta dei virus dell’epatite. L’approfondimento del professor Bonino è stato pubblicato il 19 aprile 2021 sul sito della Fondazione Comel al link https://www.fondazionecomel.org/2021/04/19/vacccinare-gli-ultrasessantenni-uscire-dal-tunnel-pandemico-casi-astrazeneca-johnsonjohnson/ (ndr)

Fortunatamente la grande maggioranza dei soggetti che contraggono l’infezione da Sars-CoV-2, soprattutto se giovani, rimangono asintomatici o sviluppano lievi sintomi relativi alla porta d’ingresso virale (diarrea/vomito se la via è la mucosa dell’apparato digerente, raffreddore nel caso della mucosa nasale, eruzioni cutanee).
Se però il numero di infetti cresce a dismisura, la rapidissima diffusione dell’infezione (favorita da tutte le condizioni di promiscuità sociale) determina il crescere in parallelo del numero dei pazienti con malattia grave e la necessità del ricovero in Ospedale.
Evitare l’intasamento degli Ospedali da malati di COVID è la ragione obbligatoria delle serrate e delle zone rosse.
Il fatto che il virus sia stato costretto a selezionare le sue varianti più infettive per riuscire a mantenere un’efficiente capacità di diffusione dimostra l’efficacia delle misure di contenimento e isolamento sociale ed è quindi, sotto un certo punto di vista, un segnale positivo.
Occorre però continuare a osservare adeguate misure di tracciamento precoce dei nuovi focolai di infezione soprattutto nelle aree che sono rimaste finora meno colpite dalla pandemia.
Inoltre, occorre accelerare al massimo la velocità di vaccinazione dei soggetti anziani in quanto la mortalità per COVID è nel 90% confinata in persone con oltre 55 anni di età.
Tutti i vaccini anti-Covid ora in uso e disponibili in Italia hanno dimostrato di proteggere efficacemente (anche se con ampio spettro d’efficacia 50-95%) dalla malattia grave indipendentemente dal tipo delle varianti virali finora descritte.
Considerando il numero effettivo dei ricoverati in Ospedale a causa del COVID si può stimare il numero delle persone che sono state infettate e che almeno un quinto della popolazione generale abbia già avuto un’infezione naturale.
Se a questa popolazione si sommano i soggetti vaccinati quando questi saranno almeno l’80% degli ultrasessantenni non avremo più necessità di serrate e zone rosse in quanto saranno ridotti al minimo i ricoveri per COVID perché la popolazione suscettibile all’infezione con malattia severa sarà molto ridotta.
Quanto prima ci avvicineremo a tale obiettivo di vaccinazione tanto più rapidamente usciremo dal tunnel pandemico.
Esistono oggi molti vaccini disponibili e altri arriveranno a breve (vedi l’ottimo articolo del 14 aprile 2021, Corriere della Sera, pag. 4, dell’immunologo Guido Forni) prodotti con diverse tecnologie.
Recentemente sono state introdotte restrizioni d’uso e limitazioni per due vaccini (Astra&Zeneca e Johnson&Johnson), entrambi basati sulla medesima tecnologia che usa come vettore dell’informazione genetica per la sintesi della proteina virale (Spike del Sars-CoV-2) nelle cellule del soggetto vaccinato un Adenovirus di scimpanzé o umano reso innocuo e incapace di replicarsi.
Il problema relativo a questi due vaccini è stato sollevato dal ripetersi degli stessi eventi avversi seri (sindrome trombotica trombocitopenica venosa) seppur molto rari (1 episodio di trombosi circa ogni 350.000 vaccinati e 1 morto circa ogni 1.300.000 vaccinati).
Il fatto che il vettore Adenovirale del vaccino Astra&Zeneca usi, per indurre la sintesi della proteina virale la stessa sequenza chiave di un importante fattore dell’omeostasi coagulativa, l’attivatore del plasminogeno tessutale (tPA) umano, aveva in un primo tempo fatto sospettare che questa potesse essere una causa del raro evento avverso in soggetti predisposti (i casi si riferivano per lo più a donne in età inferiore ai 60 anni).
È stato poi dimostrato che molti casi erano associati alla presenza di anticorpi anti-eparina/fattore piastrinico 4 o anticorpi da trombocitopenia indotta da eparina.
Lo stesso evento avverso si registra però con le stesse frequenze anche con il vaccino Johnson&Johnson che usa un vettore Adenovirale molto simile a quello del vaccino Astra&Zeneca, ma non la stessa sequenza chiave tPA.
Queste evidenze hanno suggerito alle autorità regolatorie degli Stati Uniti lo stop temporaneo all’uso di questi vaccini in quanto occorre verificare se:
1. gli episodi clinici di trombosi grave non siano che la punta dell’iceberg di alterazioni della coagulazione più diffuse e asintomatiche;
2. l’evento avverso sia dovuto al tipo di proteina virale o al tipo di vettore Adenovirale (esistono altri vaccini Adenovirali con vettori da Adenovirus umani o del gorilla diversi da quelli dello scimpanzé);
3. il problema sia comune a tutti i vettori Adenovirali.
Per questo occorrono urgentemente studi prospettici delle dinamiche di fattori della coagulazione misurati settimanalmente in diversi soggetti (donne e uomini di età diversa) vaccinati con i diversi tipi di vaccini.
In attesa dei risultati di questi studi la scelta di continuare a utilizzare o meno i due vaccini suddetti dipende soprattutto dalla disponibilità quantitativa di altri vaccini alternativi.
In assenza di vaccini alternativi è chiaro che questi due vaccini vadano limitati all’uso sulle persone come minimo con età superiore ai 60 anni in quanto queste persone hanno un rischio di mortalità da COVID molto elevato (almeno 1/100) e quindi un guadagno relativo di rischio rispetto a quello dell’evento avverso da vaccino di almeno 1000 volte superiore.
Rimane il problema che nelle persone più anziane è molto più alta anche l’incidenza di una immunità naturale contro gli Adenovirus umani e quindi la presenza di anticorpi anti-Adenovirus nel sangue può rendere inefficace un vaccino che utilizzi come vettore sia Adenovirus umani che da primati.
Per questa ragione originariamente, prima della scoperta degli eventi avversi suddetti, gli esperti della AIFA avevano giustamente pensato di riservare i vaccini a vettore Adenovirale proprio nei soggetti con età inferiore.
In sintetica conclusione, allo stato attuale delle conoscenze, i due vaccini (Astra&Zeneca e Johnson&Johnson) indagati per i motivi di cui sopra andrebbero proposti esclusivamente a soggetti ultrasessantenni perché il rischio di eventi avversi gravi risulta minore dopo questa età in rapporto ai benefici della protezione anti-COVID e nel caso in cui non ci siano altre alternative vaccinali.
Inoltre queste osservazioni devono fare riflettere sul fatto che la conoscenza scientifica progredisce sempre a passi sequenziali e che le conseguenti decisioni di salute pubblica, che a volte appaiono incongrue e contraddittorie, di fatto non sono altro che il risultato di un attenta, competente guida che continua a correggere la direzione di andatura in funzione della verifica continua delle impervietà del percorso, proprio come succede nella guida di un qualsiasi mezzo in rapido movimento come appunto una nuova pandemia.

Ferruccio Bonino

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