Il senso del donare

Il senso del donare
Il 14 giugno, in occasione della celebrazione della Giornata Mondiale del Donatore di Sangue, abbiamo avuto il piacere di avere come ospite il Prof. Elio Franzini, Rettore dell’Università degli Studi di Milano, che ha tenuto un intervento sulla filosofia del dono.
Le sue parole sono diventate un articolo ricco di spunti di riflessione da condividere con tutti i donatori.
Buona lettura!


Esistono vari modi di intendere il dono e sono stati tutti coniugati sul piano economico, filosofico e sociale.
Viviamo senza dubbio in una società mercantile e in quest’ottica, agli albori della dottrina economica moderna, Adam Smith, nel 1776, aveva inserito in essa anche la problematica del donare, concependola nella “naturale” tendenza dell’uomo allo scambio e al baratto. Peraltro, la parola stessa, sul piano etimologico, vede differenti radici, che complicano il problema. Mentre in italiano “dono” deriva dal latino “donum”, la cui origine è però piuttosto incerta, in inglese “gift” scende dall’antico germanico “Giftiz”, che in inglese è appunto dono, ma in tedesco veleno (da cui un tema ben presente nella mitologia tedesca “modernizzata” da Wagner).

Una ricerca etimologica dunque aiuta poco o, meglio, inserisce in ampie dispute linguistiche e antropologiche, che conducono lontano dalla domanda a cui si vuole brevemente rispondere: che cosa significa donare?

Se vogliamo comprenderne il senso dobbiamo uscire dalla prospettiva di Adam Smith, pensare cioè che il dono possa essere inserito solo nella logica del baratto. Lo dichiara senza remore uno dei più grandi studiosi di questa problematica, l’antropologo  Marcel Mauss, che nel suo scritto del 1923-24 Saggio sul dono, afferma con chiarezza che  “i doni non hanno lo stesso scopo del commercio e dello scambio nelle nostre società più elevate”. E aggiunge che lo scopo è anzitutto morale, finalizzato a “produrre un sentimento di amicizia”.

È questo un punto ovviamente decisivo, che vede accanto a Mauss un altro grande antropologo, Polany, che nel suo saggio del 1944 La grande trasformazione, pure polemico nei confronti di Smith, sostiene che è ingenuo pensare che l’uomo imposti la sua vita solo sulla base del calcolo e del commercio: l’utilitarismo è una fase della dottrina economica, ma non coglie tutte le dimensioni intrinseche al donare, che sono presenti ben prima di un’ottica esclusivamente commerciale.

Mauss parla a questo proposito – e ci avviciniamo al nostro tema di fondo – del dono come “prestazione totale”, cioè come collante profondo di una comunità, che tramite il dono si identifica, cresce, si sviluppa.

E, in questa direzione, certo inconsapevolmente, usa termini che si adattano proprio a quella donazione, che diviene così eminentemente simbolica, che è la donazione del sangue.

Le sue parole meritano di essere riportate: “Le anime si confondono con le cose; le cose si confondono con le anime”. E, in modo ancora più profondo, che sembra proprio connettersi con il sangue: “Le vite si mescolano tra loro ed ecco come le persone e le cose, confuse insieme, escono ciascuna dalla propria sfera e si confondono”.

Questo fa comprendere che il dono è davvero  il simbolo di uno scambio reciproco, di un “entrare nell’altro”: non solo scambio, dunque, ma fusione, ritorno a un’unità originaria della vita. La cosa – in questo caso il sangue – non è un elemento inerte: e anche se si stacca dal suo donatore, “è ancora qualcosa di lui” quando entra e si diffonde nell’altro. Si crea in questo modo una sorta di vincolo tra le anime: attraverso un dato materiale, concreto e corporeo, si crea una fusione spirituale, il senso di una comunità.

Regalare qualcosa a qualcuno, conclude Mauss, “equivale a regalare qualcosa di se stessi”, così come accettare il dono significa prendere dell’altro “qualcosa della sua essenza spirituale, della sua anima”.

Il problema del dono, dunque, insegna e suggerisce prospettive profonde e conduce su almeno due orizzonti. In primo luogo ricorda, sempre di nuovo, che l’essenza del curare non è semplicemente il “prendersi cura”, ma la condivisione di un senso: un dono che trasfonde e non separa colui che dona e colui che il dono accoglie. Il secondo orizzonte che si apre è quello di comprendere il valore sociale e antropologico del dono, considerandolo come simbolo di un modello di convivenza che rifugga la mercantizzazione generalizzata, generando un nuovo orizzonte di comunità, capace davvero di “trasfondersi”.

Ringraziamo il Prof. Franzini per la sensibilità verso il dono del sangue e per la disponibilità a partecipare alla vita della nostra Associazione.